Società di angelo cosentino

“Gli intellettuali sono dei «traditori» perché giocano «con le idee e i fatti per faziosità, snobismo, ricerca del successo, paura di lasciarsi distanziare dall’ultima moda».” ( Pier Paolo Pasolini, “Scritti corsari”, 1975 )

A volte risultiamo disarmanti, disilludiamo la nostra e l’altrui coscienza, fermi, detentori di una e più ragioni inappellabili. A volte ci districhiamo in ingorghi di parole e logiche illogiche solo per inseguire, circondare, persuadere, pervadere il malcapitato interlocutore (che se fosse uno solo, basterebbe. Spesso ci si rivolge a più, ad una moltitudine, e allora fermiamoci tutti, che basta guardarsi intorno ed è meglio chiudere gli occhi).

Detentori di ragioni, di princìpi fatti della stessa sostanza dei limiti che ci poniamo, innatamente e dannatamente (mi piace giocare con le parole, mi fa sentire ganzo). A volte abbiamo il coraggio di determinare l’indeterminabile, di definire, di “pontificare”, da intendere come: il discorrere e speculare in qualità di cittadino catanzarese.
Perché noi pontifichiamo. Vantiamo uno dei ponti più famosi, sarebbe un peccato non pontificare.

Senso di appartenenza, tradizione, affezione sociale, radici, legami di sangue, campanilismo, attaccamento alla maglia, valori. Tutti, tutti e incondizionatamente ci cadiamo dentro quando parliamo del nostro quartiere, delle nostre vie, dei nostri luoghi, delle memorie e delle realtà. Della nostra gente, del nostro modo di essere, di fare, di dare. E poi sempre più in alto: del nostro sole e della luna, delle nostre nuvole, e delle stelle che vediamo (ma non tutte, di quelle che cadono no, altrimenti i desideri vanno a farsi fottere). Non badiamo a spese, profondiamo interazioni vantaggiose, ne traiamo vantaggio, immediato o successivo. Il rapporto interpersonale ha natura economica, un’economicità velata, ma non invisibile: la vedi, solo se osservi.

Aggressivo, assertivo, passivo, mica cambia il senso. Scegliamo e difendiamo le nostre scelte, prodotti della ragione, dall’esperienza. Ci riflettiamo in prospettive parallele, ravvicinate ma a debita distanza, prestabilita da convenzioni e dalle convinzioni (è nata prima la convenzione o la convinzione? Boh, magari ne riparliamo). Però, al netto dei presupposti, quanto sia fondamentale e piacevole conciliarsi, riconciliarsi, trovarsi lo capiamo ogni volta in cui convenzionalmente ci stringiamo, ci ridimensioniamo. Tendiamo a rimodulare il nostro istinto fazioso e a pontificare di meno. Anzi, sarebbe meglio se, ancora una volta, giocassimo con il senso del verbo “pontificare”; questa volta, infine, lo pensassimo come il “costruire un ponte”. Qualsiasi ponte nasce per un supremo fine: colmare una distanza. Se pontificassimo così, sai che bello sarebbe?

Graphic art di Angelo Cosentino

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