Società di angelo cosentino

Chiedersi cosa ci rimane, ogni anno, di una stagione estiva. Ogni anno, come tutti quelli trascorsi, e conta pure i prossimi, stanne certo, la fine di un’estate disegna nuovi scenari. Chiedersi cosa ci rimane, cosa rimane a chi vive questo territorio per tutti i fottutissimi mesi dell’anno. Il caldo svanisce, porta con sé minigonne e pelli ambrate, orizzonti e miraggi, inebrianti profumi di comuni e comunali mense, conviviali brindisi figli di entusiasmanti sbocciate e tanto altro. Lo spazio è aperto, nel senso di luogo all’aperto, ma somiglia maledettamente a quello dell’altra parte dell’anno.

Chiedersi cosa ci rimane di questi nostri anni, tendenzialmente vissuti tra la strada e i banconi, tra le risicate folle intralcianti i percorsi compiuti come processioni notturne in cerca di un altare che non esiste più. Chiedersi cosa ci rimane di questo nostro tempo. Chiedersi perché dissetiamo la nostra sete di arte tra qualche mostra stagionalmente propinata, festival di musica costosi e riempiti fino all’orlo con “quello buono e quello meno buono”, kermesse artistico-culturali di buon rango che si confondono con sagre e party, quotidiani, sulla sabbia che scotta.

Chiedersi cosa rimane. Chiedersi cosa rimane dei luoghi di culto artistico che non abbiamo e non cerchiamo più per l’intero anno: non esiste in città un luogo che possa accogliere degli eventi artistico-culturali di spessore, se non in un paio di teatri; non esiste un club dal carattere sperimentale, se non qualche piccolo palco per cover-band e personaggi in cerca d’autore. Non esistono spazi per distinguere i gusti e le culture, i modi e le distanze, ci sentiamo liberi di discorrere, bere, mangiare e fumare per strada, tra marciapiedi e scale. Non riusciamo più a definire dei luoghi, ne cerchiamo di nuovi pensandoli allo stesso modo di altri già esistenti. Ci sentiamo liberi di scegliere ma non c’è scelta. Becchiamo la discotecazza vista mare, becchiamo il salottino scamosciato vista mare, il vicoletto senza vista mare ma tanto non ci frega perché la birra costa poco ed è pieno di gente. Poi pensiamo che tutto ciò ha scadenza zeronove, allora ci rinfranchiamo nel pensare di poter riprendere ad annoiarci consapevolmente, per strada, tra i marciapiedi e le scale, dove ci sentiamo liberi di bere, fumare e discorrere. La fenomenologia di una città in decadenza, che sta disperdendo il proprio carattere artistico e culturale.

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