Inviato speciale angelo capoano

E’ magia allo stato puro la tappa romana dell’eterno artista scozzese Mark Knopfler. Non avevamo torto quando, in redazione, ci siamo guardati negli occhi dicendo “Andiamoci! potrebbe essere una delle ultime date italiane della sua carriera”. Ora, nella scelta tra: (1) tediarvi con dettagli strettamente tecnici o cenni storici e (2) parlarvi di emozioni, non me ne vorrete se mi concentrerò sulla seconda opzione, un po’ per amore, un po’ perché sono state davvero forti.

La storia parte dalla “storia”: incute rispetto, riverenza, l’imponente scenario millenario delle Terme di Caracalla, di quei posti nei quali, quando ti ci trovi dentro comprendi il peso della storia non perché l’hai letta sui libri ma perché è là, semplicemente e maestosamente a riempire il tuo sguardo. Non vi nascondo che lo abbiamo pensato tutti noi di Tag Magazine presenti all’ evento “in un contesto del genere sarei capace di vedere anche un concerto di Pinco Pallino”, mi consentirete questa gentilezza del nome di fantasia, voi siete assolutamente liberi di sostituirlo con quello dell’artista che maggiormente disturba i vostri timpani, il senso non cambia.

La storia continua con le “storie”: Knopfler viene spesso e giustamente ricordato per la sua leggendaria maestria strumentistica, ma non è tutto qui. Lui racconta storie, lo fa da oltre 40 anni con una grazia ed una normalità non comuni nell’Olimpo delle rock star. Uno studioso della semplicità, un genio del “non eccesso”. Ogni sua esperienza di vita, ogni suo viaggio è linfa d’ispirazione, lui osserva, assorbe, elabora e traduce in note assolutamente non commerciali ma ugualmente capaci di raggiungere le grandi masse. La genuinità dell’uomo normale che rimane tale anche dopo il successo planetario di una carriera, un signore grande che, seduto su uno sgabello e con la schiena oramai un po’ ricurva racconta «Quando ero giovane attraversavo l’Europa in autostop, mi sono ritrovato la notte di Natale nel sud dell’Inghilterra a fare autostop per tornare a casa. Un camionista mi ha lasciato in una rotonda in mezzo alla neve, non c’era nessuno e avevo solo la mia chitarra in una mano, la mia valigia nell’altra e me, stupido, nel mezzo. In quel momento ho capito che ciò che volevo fare nella vita era scrivere canzoni».

La storia finisce con “ogni singola storia”: quella nostra, di ognuno dei presenti sugli spalti. La musica che abbiamo ascoltato è la musica che ha accompagnato le nostre vite, è stata la colonna sonora delle nostre lacrime, delle nostre gioie, degli abbracci più accorati, della solitudine nei momenti di riflessione e, come parte determinante di ognuno di questi momenti, ci consente magicamente di rafforzarne indelebilmente il ricordo. Il pubblico lo ha sentito sulla pelle durante ogni passaggio, dalle fasi iniziali più ordinate ed educate, fino al momento in cui 15.000 leoni in gabbia hanno deciso all’unanimità che quel concerto andasse vissuto diversamente, saltando, gridando, abbracciandosi, per poi ricomporsi dopo due generose ore di concerto, ascoltando la straordinaria “Going Home” in un silenzio commosso, avvolto da una moltitudine di accendini accesi al cielo, col mento alto ed una lacrima che accompagna il pensiero “questa è l’ultima”. Ciao Mark, grazie.

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