Storie di aurelio fulciniti

Se mi chiedono qual è il mio primo ricordo di “MastroSaverio Rotundo, per tutti “U Ciaciu” (ma ai parenti, fra loro, era fatto assoluto divieto di chiamarlo così, e non ho mai capito perché), risale a quando avevo circa dieci anni, e quindi più o meno al 1984, ed è la “Galleria d’arte dell’Abbandono”. Non come luogo, ma come insegna. Quella grande insegna antica in ferro arrugginito, in via Poerio, con la scritta dipinta in rosso, troneggiava lungo la strada ed è rimasta senza dubbio nel ricordo e negli occhi di tante persone.

All’epoca, da bambino, la mia curiosità principale era di poter entrare in quel portone e sapere cosa ci fosse dentro. Per me era come l’Isola del tesoro, ma nonostante tutto, ammetto di non esserci mai entrato. In compenso, però, mi sono rifatto negli anni successivi.
E come me tanti altri, che hanno scoperto nel tempo la caratura e il temperamento dell’artista, non avendoli apprezzati appieno in anni nei quali il Maestro era colpevolmente sottovalutato e tenuto nell’ombra.
Eppure a Capri e Anacapri era un mito molto più che a Catanzaro – e anche molti amici di quel periodo lo hanno ricordato recentemente, con grande affetto e malinconia – e le sue frequentazioni con Mimmo Rotella e Arnaldo Pomodoro erano proficue già da anni.

Per i suoi amici di Anacapri, ad esempio (e sono ricordi di questi giorni) rimarrà per sempre “artista d’altri tempi, ma più contemporaneo di tanti giovani”.
E questo ci dà subito la dimensione della sua grandezza. Io stesso, fra il 2006 e il 2007 ho avuto modo di intervistarlo due volte. Due lunghe conversazioni – anche faticose, perché non era facile spingerlo a raccontare di sé – da cui ho tratto tanti scritti su di lui e sicuramente nuovi, futuri, testi che contribuiranno a preservare la memoria di un artista che per noi tutti sarà impossibile da dimenticare.

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