Cultura di antonello Migliaccio

L’arte è chi la fa!”. Saverio Rotundo, in arte “U Ciaciu”, eclettico e poliedrico artista catanzarese, era solito condensare in questa frase tutto il mistero che giace di fronte al termine Arte.
Al di là di un’auspicata fruizione dell’arte da parte del pubblico, mi pare che Saverio abbia sempre inteso che l’arte fosse, innanzitutto, una necessità di chi la fa, una fruizione personale di sforzi creativi e immaginifici tesi ad abbellire e dotare di valori altri la propria realtà e il suo impatto emotivo. Questo convincimento, che condivido appieno, spinge inevitabilmente ad una sorta di rinuncia al mercato dell’esposizione mediatica, dal critico pret a porter fino alla stellare sovraesposizione di certe vernici vacue e prive di significato, ma tanto trendy.

Saverio, a mio giudizio, è stato un artista puro, ineffabile e sfuggente; scevro da pregiudizi o “incatenamenti” ad uno stile identificativo. Tanto caotico quanto imprevedibile, non ha mai, che io sappia, permesso ad alcuno di “rappresentarlo” e tutelarlo nella sua lunga vita dedicata al suo estro.

Un po’ come i numeri primi e la loro solitudine, divisibili soltanto per uno e per se stessi – il titolo della copertina di questo mese e di questa rubrica è “preso in prestito” dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano – Mastru Saverio era una voce nel deserto, una nota stridula e fuori registro in un’ipotetica sinfonia di opere d’arte; la città, disseminata di sue “fucine”, abitazioni che diventavano luoghi di esposizione, gli è stata vicina, sempre.
Per città intendo i cittadini, non certo le amministrazioni o le istituzioni, di qualunque orientamento politico o coalizione, che si sono distinte, tranne qualche rarissimo caso, per l’assenza di attenzioni e tributi a Saverio finché è stato in vita, mentre con la sua scomparsa hanno fatto letteralmente a gara per esprimere cordoglio e celebrarne le lodi.
Un numero primo, con certezza assoluta, che ha praticato “l’art pour l’art”, come recitava uno slogan francese nel diciannovesimo secolo, reso famoso dalla citazione di Oscar Wilde “art for art’s sake”, che stava ad indicare la necessità di fare arte soltanto per l’arte in se stessa, libera da intenti didattici, morali o utilitaristi. Ciao maestro, è stato un piacere averti conosciuto e scambiato opinioni sull’arte quando ci capitava, per strada o all’inaugurazione di una mostra, di quelle inutili.

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