Editoriale di luca marino

Calabria mia, ca si siccaru puru li fjumari

e rimaniru sulu chjanti e fjuri, lu nostru chjantu va à finiri à mari,

Calabria mia!

 Calabria mia, simu malati d’amuri, simu malati…

 

Come cantava Reitano, sono rimasti solo pianti e fiori ed il nostro pianto va a finire a mare! No, non è semplice retorica o pietismo, ma sana consapevolezza di vivere in Calabria.

Nell’istmo più stretto d’Italia, nella California d’Europa, dove quando nelle giornate tristi, nei periodi in cui ti senti giù, ti basta fare qualche chilometro e salire sul promontorio di Stalettì e guardare il golfo di Squillace (vedi foto copertina di Antonello Migliaccio ndr) per riempirti il cuore di gioia.

Perché lei, questa maliarda, sa come prenderti, come coccolarti con i suoi colori al crepuscolo su Tropea o rinfrescarti nelle giornate afose con lo Zefiro catanzarese che spira a “Bellavista” o con il calore dei molteplici borghi medievali sparsi dal Pollino allo Stretto.

Ed anche se una scellerata politica tenta di rubarti la scena depredandoti, anche sei i tuoi abitanti ti disprezzano deturpando l’ambiente, se i tuoi figli migliori continuano ad abbandonarti in cerca di madri adottive e di un futuro migliore; tu sei e sarai sempre qui ad attenderli nelle tiepide serate primaverili, regalando loro miliardi di tramonti e cieli stellati, come una madre che attende il proprio figlio che ritorni dalla guerra.

E come scriveva il grande poeta Achille Curcio, anche nelle notti più buie, ci sarà sempre la tua meravigliosa luna “…che perforando il buio del cielo, sarà come un grosso fanale, messo ad illuminare quei piccoli paesi di gnomi e di fate, e quelle case rannicchiate sul colle, dal quale potrai vendemmiare grappoli di stelle, nelle notti serene”.

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