Satira di vincenzo merante

L’evento più atteso dell’anno: per i fedeli che di colpo tornano a calcare le Chiese di ogni ordine e grado; per i commercianti che vedono più moneta e rilasciano più cammelli; per i centri storici illuminati a festa come la via principale di Las Vegas; per i bambini che potranno terminare la loro opera prima (non I Promessi Sposi Junior ma la letterina di Babbo Natale/regali); per i poveretti della città (fai un salto…) che riceveranno più calore e sostegno dalla stessa massa che per 363 giorni l’anno se ne fotte alla grande; per quelli che… “gli animali poverini, con questi petardi li fanno impaurire #leverebestiesiamonoi”.

Sarà festa per tutti, ma soprattutto per lei, l’unica vera regina del Natale, la sola lavoratrice consapevole che la 48 ore di Fornelly sarà più una carezza all’anima che una fatica insostenibile: lei è la nonna, leader incontrastata delle cucine natalizie. Così piccola di statura che per fare un Cannavacciuolo ne servirebbero tre, ma così generosa nelle porzioni che lo stesso Antonino dovrebbe svuotare la dispensa del suo ristorante per provare a pareggiare uno spuntino pomeridiano della nonna. Figuriamoci la due giorni natalizia, servirebbero gli aiuti umanitari dell’Onu!

Un menù consapevole. La scelta che ogni anno porta avanti con competenza: dalle 7 del mattino della Vigilia fino alle 13 del giorno successivo. Provate a fare un calcolo orario. Visto? Sono 30 ore esatte! “Per la vita”, appunto, perché Telethon lei lo aveva capito prima di Jerry Lewis, ma lo ha sempre destinato ad un aspetto più familiare. Ed è per questo che ogni anno è lì a ricordarci il valore della condivisione: dalla sedia al divano, dall’albero di natale al presepe, ma soprattutto da ogni luogo fino a tavola, il cuore pulsante del suo regno, capace di contenere a stento le produzioni nonnarie.

Il mistero della tovaglia. Non me ne vogliano a Fatima o a Twin Peaks, ma il vero mistero (per me) rimane quello relativo alla tovaglia del pranzo di Natale. In 37 anni non sono mai riuscito ad ammirarla. Tra piatti, cibo, bicchieri, cibo, posate, cibo, cestini, cibo, vassoi, cibo, bottiglie, cibo, candele, cibo, fiori, cibo, piante, cibo, alberi, cibo, imbuti, cibo, macchinari, cibo, segatrici, cibo, rubinetti, cibo. Eh, scusate, come la nonna mi son fatto prendere la mano. La verità è che a parte lei, questa tovaglia non l’ha mai vista nessuno. Perché quando viene posta sul tavolo, c’è solo la nonna, mentre quando viene raccolta siamo sul divano al 78° digestivo, daltonici e incapaci di distinguere un campanellino natalizio da un mandarino, il rosso dal nero.

La fantasia al potere. Perciò lo sconosciuto disegno di quella tovaglia rimane la mia fantasia di Natale. Ancora oggi, in mezzo a bimbi che corrono e sorridono, tra zii stanchi ma felici, tra mamme giovani e meno giovani. Quel lungo pezzo di tessuto continua a farmi volare con la mente, riportandomi indietro negli anni quando uno di quei bambini ero io, quando tutto sembrava diverso: il profumo nelle strade, i volti delle persone, il fuoco in mezzo alla piazza, le nostre ambizioni, le aspettative, le speranze. Noi.

Sì, era tutto diverso ed era assolutamente meraviglioso. Tranne la tovaglia, quella anche allora non riuscivo proprio a vederla. Per fortuna, però, continuo a vedere lei, con le sue maglie tirate sopra il braccio (anche con 0 gradi di temperatura), con qualche acciacco di troppo ma indomita come una leonessa, davanti ai suoi fornelli. E voglio solo chiudere gli occhi e aprire la bocca per mangiare e fantasticare allo stesso tempo. Come una volta, ancora adesso.

Buon Natale, buoi. Soprattutto ai vostri e nostri nonni, ovunque essi siano.

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