Special   di Fausto BISANTIs 

Da Catanzaro all’Accademia Silvio D’Amico; da Ronconi al Premio UBU, per approdare al cinema passando, per le produzioni internazionali, Francesco Colella ci racconta il suo gioco/mestiere di attore, in occasione dell’uscita del film “Due piccoli italiani”, che lo vede protagonista insieme al regista e attore Paolo Sassanelli.

Più vado avanti negli anni più mi rendo conto, che tutto il mio humus creativo, serio, denso e gioioso, non nasce nell’accademia di arte drammatica, ma proprio qui a Catanzaro con le mie prime esperienze di teatro.

Quello che mi ha regalato questa città, oltre alle esperienze con Lillo Zingaropoli, Salvatore Corea e altri, è l’osservazione che fin da ragazzino ho potuto esercitare in questa città; una curiosità che mi ha permesso di leggere Chechov, Shakespeare e tutti i testi teatrali nei quali vengono raccontate le relazioni umane.

Io credo di aver ereditato da mia madre la capacità dell’affabulazione del racconto, durante una normale vicenda familiare, nella quale si riesce a dilatare il racconto, riuscendo a rendere eccezionale il quotidiano.

Le vicende familiari raccontate a tavola, erano per me una sorta di teatro puro, sia per la maniera di raccontarle, che per lo sguardo acuto e ironico che volevano rappresentare.

Il problema è che l’Italia sta diventando il paese della rappresentazione e la politica ne è l’esempio più vivido; ovvero la ricerca di un consenso popolare nata dall’effetto più roboante e seduttivo possibile.

Non importa la sostanza di ciò che si dice, ma come si dice. Un paese assuefatto a una comunicazione volgare, diventa un paese disabituato a ricevere un modello di teatro; ossia un luogo di ricerca della verità e del confronto vero tra i sentimenti e le relazioni delle persone.

Dal mio punto di vista, sono molto contento della maturità acquisita, perché riesco a vivere innanzitutto questo, non come un lavoro, ma come un gioco da vivere con gioia e senza quell’ansia performativa, che è una condizione esistenziale di molti. Tutti quei discorsi improntati sulla carriera, dove si dice: “io separo la vita privata dal palcoscenico”, li trovo un po’ artificiali. Se sei un vero attore e hai un approccio onesto col tuo lavoro, ma soprattutto affronti il teatro come strumento di conoscenza umana, non puoi scindere le due cose.

Si tratta solo di una diversità di linguaggi: per un attore la recitazione ha il medesimo significato; andare alla ricerca di una verità condivisa, attraverso vari linguaggi. I premi e i riconoscimenti sono solo un suggello alla propria vanità e nient’altro, rispetto alla capacità di condividere le proprie creazioni con quanta più gente possibile. Per quanto mi riguarda fare il cinema mi ha permesso di aggiungere nuovi elementi al mio percorso teatrale e viceversa.

Penso che Paolo abbia voluto definire “piccoli” i personaggi, per narrare la loro piccola storia: due uomini che hanno un’esistenza difficile, vivono in una clinica psichiatrica decadente, ma da questa condizione, i due cominciano a comprendere i sentimenti e a capire che ci sono altre possibilità, fuori da una vita alla quale credevano di essere destinati fino alla morte. I due piccoli uomini alla fine sono dei migranti della vita e quello che ci insegnano è che non si può non avere dentro di sé, la sensazione di essere dei “migranti”.

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