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INTERVISTA CON ANGELO COLOSIMO AUTORE E ATTORE DEL MONOLOGO MESSO IN SCENA AL SUPERCINEMA IL 19 APRILE SCORSO

Nei miei testi cerco sempre di riflettere sull’idea di “originale”, inteso però come ritorno alle origini nel senso più stretto del termine:  appartenenza;  ergo parto sempre dalle mie origini, dai miei trascorsi, e tento sempre di universalizzare le storie che provo a raccontare per renderle quanto più possibile intellegibili su diversi livelli di percezione. Scandagliare gli istinti mi permette di ricercare un senso di “verità” all’interno di una narrazione romanzata. L’istinto è innato e ci permette di sopravvivere, di scampare ai pericoli, di procreare, di mandare avanti una specie. Altri istinti vengono frenati e repressi dal costrutto sociale che, giustamente, la società ci impone per la salvaguardia della specie.  Quando l’uomo dimentica le etichette sociali e abbandona il retaggio mentale appreso e imposto dalla società, ritorna ad essere originale, come il peccato, e quindi innato e non separabile dal corpo.  l’istinto è un “organo” vitale.  l’istinto mette l’uomo a nudo e lo riporta ad essere “vero”.

La tracotanza esiste in ognuno di noi, l’idea di sfidare gli dei ci appartiene quasi come un istinto. È la ragione che frena gli impulsi. Nelle grandi città esiste più che nel piccolo centro, dove tutto è raggruppato e molto ben visibile. Le città permettono di nascondere meglio questo tipo di mentalità, meno individuabile per via dell’estensione del territorio. La n’drangheta, in particolar modo, stringe sempre i legami con la propria terra di appartenenza come in una “religione” – legare assieme – ma diversifica gli investimenti in base alle politiche economiche degli stati dove gravita.  Il metodo è sempre lo stesso a Gioiatauro come a Melbourne, laddove non si ottiene quello che si vuole con la “ragione” si utilizza “l’istinto”. L’appartenenza ad un mondo non priva l’individuo di astenersi da quelle che sono le logiche che regolano certe dinamiche, anche se cambiano le latitudini.

 

 

 

 

 

La mia convinzione è molto semplice, come gli spettacoli che porto in scena. Innanzitutto mi preme arrivare allo spettatore. Mi sembra sempre che la nuova drammaturgia, non tutta naturalmente, si allontani dallo spettatore; la trovo molto autoreferenziale e questo crea una distanza tra spettacolo e fruitore. Lavorando sempre con un alto rischio d’impresa, non avendo soldi ministeriali, non puoi mai permetterti di non tenere presente il tuo interlocutore. Ci troviamo in un mondo altamente tecnologico e performante, veloce e sfuggente. Gli individui ormai sono esecutori materiali di mansioni. Non hanno tempo di riflettere su quello che accade. E quando riflettono lo fanno perchè gli stimoli, giusti o sbagliati che siano, gli arrivano dai social o dalla tv, mai per un vero interesse personale. Cerco sempre di arrivare con tematiche molto forti che possano destabilizzare lo spettatore, che lo costringano a riflettere ed ad incuriosirsi, sempre dopo aver visto lo spettacolo e mai durante. A volte si perde l’aspetto ludico della performance. il Teatro ha anche il dovere di informare ed incuriosire, ma non credo debba essere esaustivo. Ho saputo di parecchie persone che sono venute a vedere lo spettacolo e che sono andate a ricercare la vicenda da sole per capire meglio ed indagare personalmente. Quindi direi che una certa “maieutica” è alla base di tutti i miei lavori. C’è pochissima morale e pochi insegnamenti corretti in quello che scrivo.. Solo così lo spettatore può sperimentare una catarsi. E se quest’ultima non dovesse accadere spero sempre di non averlo annoiato.

Foto di Angelo Maggio

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