Tag Cinema di ilaria sgrò

Vedere i personaggi crescere con i film (o le serie tv) è sempre stata una cosa per me emozionante. Trovo quasi impossibile non affezionarsi a quei volti che cambiano, a quella crescita personale e attoriale che ti porta a guardarli con gli occhi a cuore manco fossero figli tuoi.

E con questo atteggiamento mi sono ritrovata a guardare “Il ragazzo invisibile – Seconda generazione”, sequel dell’omonimo uscito nel 2014.

Il primo era una novità, di certo questo non ha la sua stessa portata, ma di fronte hai pur sempre il tocco esperto di Gabriele Salvatores. E ho sempre trovato difficile giudicare un suo film come “brutto” o mal riuscito. Però qualcosa nel suo secondogenito è andato storto.

Saranno i buchi nella trama, troppo veloce rispetto allo scorrere del tempo filmico; saranno alcuni espedienti narrativi che stridono con il concetto di fantascienza; saranno alcune prove attoriali deboli, ma questo prosieguo della storia di Michele Silenzi fatica a decollare, nonostante l’androgino e talentuoso Ludovico Girardello che mantiene coerente lo sviluppo del personaggio. Ci sono comunque elementi degni di nota. Innanzitutto una colonna sonora ben farcita, com’era stato nel primo lavoro. La fotografia, scura come il plot, si lascia tingere di colori sgargianti quando incontra i paesaggi naturali e urbani della maestosa Trieste, luogo in cui entrambi i film sono girati.

L’opera segue lo spirito del film matrice, una sorta di “favola metropolitana”.

Chiaramente non si può vedere il secondo se non si è visto il primo. Salvatores, perciò, aiuta gli smemorati affidando il riassunto del film della “puntata precedente” a dei fumetti nelle primissime scene: si parla di supereroi e superpoteri, sicuramente una scelta naturale, oltre che assai azzeccata.

Per lo sviluppo del personaggio è probabile l’allusione al protagonista del libro di H. G. Wells, “L’uomo invisibile”, oltre che ai film omonimi ispirati al libro. Si riconosce anche una certa ossessione di Salvatores per la Russia e la sua cultura, in questo caso relativa ai potenti che sfruttano uomini e donne con poteri sovrannaturali per farne delle armi da usare per probabili conflitti (ricorda, casualmente, un’amatissima e recente serie tv statunitense da questo punto di vista?).

La storia del ragazzo invisibile rimanda a quella delicata e surreale de “La kriptonite nella borsa”, delizioso film di Ivan Cotroneo del 2011 che, oltre ad avere come trait d’union la bella e brava Valeria Golino che interpreta la madre del personaggio principale, parla di un adolescente problematico che scopre i suoi superpoteri. D’altronde una delle sceneggiatrici è Ludovica Rampoldi, la stessa di tutti e tre i film.

Sembra quasi che stia nascendo un filone tutto italiano di fantascienza, se pensiamo non solo a questi appena citati, ma anche al fortunatissimo “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Un filone che ha i suoi tratti riconoscibili, usa in maniera parsimoniosa gli effetti speciali, si concentra maggiormente sullo sviluppo narrativo ed è ricco di connotazioni folkloristiche diverse in base all’ambientazione dell’opera. E se così davvero fosse, non vedo l’ora di vedere cosa ha in serbo per il futuro.

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